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Una Volta nella Vita | Iglesias, vincere il primo mondiale di kart a 33 anni e… ricominciare da zero!

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IGLESIAS, VINCERE IL PRIMO MONDIALE DI KART A 33 ANNI E… RICOMINCIARE DA ZERO!

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La vittoria iridata, nonostante l’innata velocità, gli era sfuggita molte volte in carriera e sembrava ormai quasi irraggiungibile. Eppure lui se l’è presa di forza, sorprendendo tutti, forse anche sé stesso e la sua squadra, la Formula K. Ma le sorprese sono proseguite anche dopo la vittoria, quando Jeremy, da fresco campione del mondo, ha deciso di ripartire da un foglio bianco, in un nuovo team. E, per la precisione, il team che più di tutti ha vinto in KZ, la CRG. Per una sfida nella sfida, che ci racconta in una intervista fiume

Jeremy Iglesias è veloce, diavolo se è veloce. Lo dicono, negli ultimi 10 anni, le classifiche delle gare che contano di tutto il mondo. E lo confermano i suoi compagni di squadra che lo hanno affiancato nei vari cambi di casacca, che hanno portato il francese a vestire i colori Intrepid, LenzoKart, Sodikart e Formula K.
Però Jeremy il grande titolo, il mondiale, non lo ha mai vinto. Se l’è giocato in più occasioni, è partito in più di una finale nelle posizioni e con la velocità giuste per portarselo a casa, ma nulla. Neanche un podio. Quanto basta per farlo classificare come uno di quei piloti che al momento di scommettere su chi vince la finale lo scarti di default. E poi Jeremy ha un problema, si chiama età. Ha 33 anni, che per i comuni mortali sono gli anni di massima forza e vigore, ma per chi fa kart sono una sorta di ingresso nel viale del tramonto. Perché le motivazioni magari non sono più quelle di quando di anni ne avevi 18 e perché ti trovi a combattere con gente che ha anche 15 anni meno di te e che tra qualche anno, magari, sarà in F1. Per questo quando arriva ottobre 2020 Jeremy è sì felice per poter prendere parte al mondiale KZ al South Garda Karting, ma, al tempo stesso, è un po’ triste, perché sa che di occasioni per giocarsi “la gara” non ce ne saranno poi ancora così tante. Ma a Lonato succede quello che non ti aspetti. Jeremy mette in scena il suo solito weekend mondiale: veloce e sempre là davanti con i migliori. Ma questa volta ha qualcosa in più. Lo sa lui, forse il suo meccanico e pochi altri. Sta di fatto che bastano 20 minuti, giusto il tempo della finale, e quel qualcosa che ha in più questa volta lo sa tutto il mondo.

Perché Jeremy, con il suo Formula K motorizzato TM Racing, diventa per la prima volta campione del mondo. A 33 anni, sì. Quando nessuno ci avrebbe scommesso più un euro, sì. Come ha fatto, ce lo racconta in quella che più che un'intervista è un vero e proprio viaggio nella storia, nei ricordi, nelle emozioni di un ragazzo francese, educato, velocissimo e, ora, anche campione del mondo.

Sei campione del mondo! È cambiato qualcosa?

“Sì, in me è cambiato qualcosa. Avevo un sogno da bambino, che penso che ogni kartista voglia realizzare un giorno: diventare campione del mondo. Ci ho messo del tempo dopo la gara a realizzare che ce l’avevo fatta, ma oggi lo realizzo bene e sono molto contento e fiero di questo”. Parlando con Jeremy si capisce immediatamente quanto fosse necessario per lui raggiungere questo obiettivo, soprattutto nei primi anni da pilota ufficiale. È normale, però, che nell’arco di una lunga carriera come la sua le reali possibilità di vincere siano altalenanti e come lui stesso dice “mi sono ritrovato per qualche anno ad andare a fare quella gara sapendo già che sulla carta non avevo al 100% il mezzo per poter diventare campione del mondo”. Ma, come ricorda sempre Jeremy, “la ruota gira”, e dal 2015 le competitività torna: “A Le Mans, considerato che quell’anno avevo vinto pure l'ultima gara del campionato europeo a Genk, sono andato sapendo che avevo la possibilità di vincere il titolo”. Poi si sa, il motorsport non è una scienza esatta e Jeremy chiude 4°.
Il ragazzo realizza che è prioritario avere sotto il sedere un mezzo competitivo, quindi dal quel momento in poi “mi sono sempre concentrato per avere la possibilità di avere tra le mani tutte le opzioni per diventare un giorno campione del mondo”. Così nel 2017 Jeremy approda in IPK, inizia a correre con i colori Formula K e subito sembra esserci la condizione tecnica per vincere, ma un incidente lo mette fuori gioco. E arriviamo al 2020, Jeremy deve fare i conti con una promessa che si era fatto: “Io ho sempre detto che ‘a trentacinque anni smetto di correre’. Non per mancanza di voglia, ma perché penso che a un certo punto bisogna passare oltre”. Jeremy i conti li sa fare bene: ha trentatré anni e “forse di mondiali me ne rimangono tre - dice e continua, secco - ecco perché ho puntato tutto su questo mondiale”.

Tu hai fatto tutto bene quest'anno, però hai vinto il mondiale nella finale e secondo me con un sorpasso. Quel sorpasso lì, com'è nato? Per il Jeremy Iglesias che conosco, con il sorpasso che avevi subito, la gara era finita. Invece tu hai inventato la tua vittoria.

“Questo sorpasso è nato grazie al Jeremy Iglesias di prima”, risponde convinto. E com’era prima Jeremy? Semplice, un perfezionista che si mette sempre in discussione, come lui stesso ammette: “Io ho un carattere per cui, ad esempio, oggi sono campione del mondo, ma non voglio dire che so tutto di tutto e che non ho più niente da imparare. Mi dico sempre: ‘anche quando avrai ottanta anni imparerai delle cose’. Sicuramente dentro di me penso di essere il migliore, perché altrimenti non andrei in pista. Nessuno va in pista dicendo: ‘sono meno bravo degli altri’. Però ho sempre ammesso i miei punti forti e i miei punti deboli. E uno dei miei punti deboli era l’essere troppo buono. Inoltre, ho perso tante gare perché per me, a vincere, doveva essere sempre il più veloce”.

Ed è questo il punto. Jeremy ci dice una grande verità, una di quelle che nel motorsport, se vuoi vincere, prima o poi devi imparare e che lui, alla vigilia del mondiale, ha capito benissimo: “In una gara non è il più veloce che vince, ma il più forte”. Pensateci bene: “il più veloce” e “il più forte” non sono la stessa cosa. E pensateci ancora: a vincere, effettivamente, non è detto che sia sempre il più veloce, però è sicuro e certo che a vincere sia sempre e solo il più forte, a prescindere dall’essere il più veloce.
Sarà una banalità, ma è una regola del motorsport che bisogna sempre tenere presente. E il mondiale 2020 a Lonato Jeremy lo affronta con questo concetto che, per quanto semplice e banale, in realtà è stato un punto chiave nella sua vittoria: “Mi sono detto: ‘non devo mollare niente’”. E così è stato.
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