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Editoriale | Walter boschini: quando le galline fermarono una gara

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WALTER BOSCHINI Quando delle galline fermarono una gara

La mia passione per i kart ha radici molto antiche: ai tempi, io e i miei avevamo un’officina e lavoravamo sui motori di ciclomotori e moto. Un giorno, un mio cliente portò il motore di un kart e mi chiese di revisionarlo e prepararlo. Gli dissi di no.


Ma lui non si diede per vinto e dopo mesi di richieste continue cedetti: “Dammelo che provo a vedere com’è fatto”. Il problema era che non avevo mai visto quei motori e pensavo mi sarei trovato di fronte a chissà cosa. Invece, dopo averlo aperto, mi accorsi che era identico ai motori sui quali lavoravo tutti i giorni, ovvero quelli delle moto a due tempi.
Da lì... beh, si sa come vanno a finire queste cose... Si va a girare una prima volta, giusto per provare; poi si mette in piedi una sfida con gli amici, e nel giro di qualche settimana ci si ritrova in pista per una gara. Il tutto sostanzialmente senza sapere nulla di kart.

Eravamo ad Ala, in Trentino, sulla pista che, allora, era fresca di costruzione. Noi, principianti, chiedevamo qua e là qualche consiglio: alza, abbassa, stringi e così via. Ci vollero due o tre gare per iniziare a capirci qualcosa, ma piano piano iniziammo a orientarci e in breve arrivammo a vincere le prime gare. Come telai utilizzavamo gli MW, perché io ero amico di Mike Wilson (6 volte Campione del Mondo di kart, n.d.r.) che aveva l’azienda vicino alla mia officina in provincia di Bergamo.
Con i successi in pista iniziarono anche ad arrivare sempre più richieste di piloti perché mi occupassi dei loro motori e, alla fine... questo è diventato il mio lavoro. Tra una cosa e l’altra, presto arrivò l’impiego alla Righetti Ridolfi, la nuova squadra e, con quella, una collezione di esperienze indimenticabili. Nel corso degli anni ne ho viste davvero tante. Per esempio, non conto nemmeno più quelli che, per accendere il kart da soli, cadevano a terra e lasciavano il kart, a gas accelerato, vagare per la pista.
Oppure quella volta che a Borgoticino hanno dovuto interrompere una gara perché delle galline, fuggite da una vicina fattoria, erano in pista creando uno scompiglio secondo solo alle risate che si fecero tutti.
Tra i piloti, non scorderò mai "il macellaio”, soprannominato così per via della sua professione, non per quello che faceva in pista. Lì, era una vera testa di legno, nel senso buono: andava forte, sempre. Quando il kart aveva problemi, arrivava sotto la tenda e diceva: “Il kart non va, ma ho la testa più dura io!”. Scendeva in pista e, anche guidando sporco, faceva il tempo. Una domenica, a Curno, fece un incidente spettacolare, ribaltandosi con il kart e rompendo anche diversi pezzi del telaio. Rientrato ai box si lamentava di un dolore alla schiena: io gli diedi una mano a togliere la tuta e mi accorsi che aveva un osso fuori posto. Mi spiego meglio: non c’erano tagli né sangue, ma sottopelle si sentiva un osso che spuntava. Lui, allora, che fece? Andò al bar, prese una lattina di Coca Cola ghiacciata e se la mise sul punto che gli faceva male. Poi tornò sotto la tenda e chiese di sistemargli il kart: voleva girare ancora. E il bello è che non era una gara importante, ma solo una giornata di prove! Era matto. Chiudeva la visiera e non capiva più niente. Nell’arco della sua attività di pilota ha fatto un numero incredibile di incidenti, fino a quando, in un circuito cittadino, andò a sbattere scavalcando una transenna di ferro. Venne da me e disse: “Basta, io smetto di correre, è troppo pericoloso”. Non ha più toccato un kart.

Inizialmente motorista, quindi tecnico “a 360°”. Uomo di grandissima esperienza e conoscenza del kart, ha legato il suo nome soprattutto a quello della Righetti Ridolfi, per il quale è stato anche direttore della Squadra Corse

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