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Dossier | Caschi kart: 60 anni di storia

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Caschi kart: 60 anni di storia

6 caschi, di altrettanti campioni, per raccontare 6 decenni di evoluzione continua all’insegna della sicurezza. Ma non solo.

Anni ‘60 – BOERI
Siegfried Stohr

Il nostro viaggio nella storia dei caschi da kart – tra informazioni tecniche, ricordi ed emozioni che in nostri intervistati ci hanno voluto concedere – parte da un cimelio, firmato dall’azienda italiana Boeri – che l’ex pilota di F1 Siegfried Stohr ci ha gentilmente prestato, risalente ai tempi in cui correva in kart.

Dalla cuffia al “jet”

In principio c’erano la cuffia (realizzata in cotone, lino, seta o pelle) e gli occhialoni. Negli Anni ‘40-‘50 la cuffia viene rimpiazzata da una sorta di scodella simile agli attuali caschi per equitazione o da cantiere: quasi dei cappellini da baseball senza visiera, o a visiera corta, realizzati con fogli di cotone sovrapposti intrisi di resina in grado, una volta seccata, di rendere il tutto una struttura rigida. Arriva poi il giorno in cui possiamo dire nasca il vero e proprio primo casco: corre l’anno 1954 e la californiana Bell rivoluziona il mondo della sicurezza su 2 e 4 ruote con il lancio del Bell 500. La scocca esterna è realizzata con una lamina (ovvero da strati sovrapposti) di fibra di vetro.
Seppur si tratti di un modello “jet”, quindi completamente aperto sulla parte frontale, il Bell 500 ricopre completamente l’intero capo del pilota, non solo la parte alta. Il rivestimenti interno è di polistirolo espanso, per assorbire gli urti meglio di quanto avesse fatto fino a quel momento la gommapiuma.

Come erano fatti

Un reperto dell’epoca: il catalogo del Bell 500, il primo casco della storia.

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Sulle piste di kart, però, bisogna aspettare qualche anno prima di vedere i caschi “jet”. Il kart, infatti, in fatto di sicurezza possiamo dire abbia sempre seguito a breve distanza quanto avveniva nell’automobilismo e in particolare in F1. Sulla fine degli Anni ‘50, quindi, nei kartodromi si vede fondamentalmente la “scodella” o, come la chiamava qualcuno, il “budino”: “Io – racconta Siegfried Stohr (nella foto) – avevo in mente già da allora la F1 e la scelta del “jet” non fu solo una questione di sicurezza, ma anche estetica”. Dal 1954 in poi, anche altri costruttori, oltre alla Bell, iniziano la produzione di caschi “jet” e con tecniche costruttive innovative per il tempo.
AGV, per esempio, già nel 1953 lavora sulla fibra a lavorazione “vulcanizzata” e l’anno successivo inizia a produrre e commercializzare il primo modello a “scodella” completamente in fibra. Nel 1959, invece, Arai costruisce il suo primo modello “jet” utilizzando la lavorazione “bag molding” per calotte FRP a due parti, apri e chiudi, con stampi in metallo.

I ricordi di Stohr

Siegfried Stohr, classe 1952, ai tempi del kart. Oggi, dopo una laurea in psicologia e una carriera nell’automobilismo di vertice, è fondatore e responsabile del centro di guida sicura presso il Misano World Circuit Marco Simoncelli.

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Stohr, verso la fine degli Anni ‘60 quando deve comprare il suo primo casco “jet”, ha l’imbarazzo della scelta e alla fine opta per un costruttore italiano: “Quello nella foto – racconta – è un Boeri: l’ho verniciato io dopo il GP di Monaco del ’67 quando è morto Lorenzo Bandini. Ho scelto i suoi colori, ma li ho invertiti, forse sperando di invertirne anche il destino”. A quel tempo si faceva tutto in casa e quando nel ’69 Siegfried corre con la nazionale, il tricolore sulla visiera lo realizza lui… Con il nastro adesivo.
Ma l’omaggio a Bandini non è l’unica personalizzazione del suo Boeri: “Ho sempre avuto l’idea che il casco dovesse essere personalizzato – aggiunge Stohr – così trovai l’adesivo del coccodrillo in un negozio, mi piacque e decisi di metterlo sopra la visiera.” La scritta “dokti dent”, invece, si riferisce a un dentifricio prodotto dal padre, e fu, a tutti gli effetti, il primo sponsor di Stohr.

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