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Cosa ti fa male dopo aver girato in kart? dolori (e cure) del kartista0%

COSA TI FA MALE
DOPO AVER GIRATO IN KART?

Qualche tempo fa TKART lanciò un sondaggio sul suo sito internet, chiedendo ai kartisti quale parte del corpo facesse loro più male dopo una giornata in pista. Vinsero agli avambracci (44% dei voti), il cui affaticamento è quasi scontato, date le importanti sollecitazioni vibratorie a cui sono sottoposti essendo il kart un mezzo non dotato di sospensioni. Ma il dato subito successivo evidensiò problemi e fastidi alla colonna vertebrale (37,3%), con il solo rachide cervicale che risultò essere dolente nel 14,6% dei piloti. Un dato che merita un’attenta riflessione.

1 Quasi il 15% di kartisti lamentano dolore al rachide cervicale: dobbiamo preoccuparci?

Osservando lateralmente l’immagine di un pilota alla guida di un kart si vede come il rachide cervicale sia in completa inversione della curva lordotica fisiologica; ma il rachide cervicale non è separato dalle altre componenti della colonna, anzi è strettamente vincolato a esse e tutte le forze si trasmettono fino al sacro grazie a importanti connessioni legamentose, muscolari e fasciali. Potremmo anche affermare che il sistema-uomo lavora attraverso diverse forze agenti su di esso quali la trazione, la flessibilità, la compressione e la torsione, influenzando il movimento e la sua stabilità attraverso il sistema mio-fasciale. Queste forze che agiscono su una componente, si diffondono a tutto il sistema per la presenza del tessuto connettivo che le distribuisce nell’ottica del principio di tensegrità.

I DOLORI A BRACCIA E AVAMBRACCI SONO USUALI PER UN KARTISTA. MA OCCHIO ALLA COLONNA VERTEBRALE
ENRICO CHIEFFO, primario di riabilitazione e specialista di fisioterapia
POSTURA
Modello meccanico del concetto di tensegrità, mix di elementi rigidi e flessibili

2 Cosa si intende con il termine tensegrità?

La parole può essere tradotta con “integrità di tensione”: i modelli meccanici che ricreano questo concetto sono fatti di elementi flessibili che reagiscono alla trazione ed elementi rigidi che reagiscono alle forze di compressione affinché il tutto sia stabilizzante. Questo modello tridimensionale ha la caratteristica di potersi deformare e ritornare alla posizione neutra originale con qualsiasi forza esercitata su di esso, sia di compressione sia di trazione.

3 In sostanza è un modello che rappresenta il corpo umano?

È rappresentativo delle cellule del corpo, ed è l’espressione più evidente dei tessuti connettivi di cui il sistema mio-fasciale è il maggiore rappresentante. Grazie a questa caratteristica si possono trasmettere forze, impatti e movimenti in modo uniforme senza produrre danni strutturali anche ricevendo impatti importanti. Quando prendiamo in considerazione l’aspetto biomeccanico della colonna, dobbiamo ricordare che a livello fetale questa è un’unica grande cifosi, ed è solo successivamente che si vengono a creare, con le esigenze posturali, le curve tipiche della postura bipede.
La colonna vertebrale, poi, vista nel suo insieme sul piano frontale è rettilinea, anche se in alcuni individui si possono riscontrare delle piccole curvature trasversali, senza che queste siano espressione di patologia.

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